Un racconto
che va aldilá
della nostra vita
Buona lettura con ...

Il Sogno del piccolo Emes

Il vivere particolare di alcuni fanciulli poco fortunati ritorna visibile in un mesto pensare: essi dispiaciuti vedevano, attraverso vetri poco trasparenti di finestroni scarni e sconosciuti, pendii oscuri, abitati umidi e terreni melmosi. La pioggia copiosa e continua sembrava un pianto disperato e senza fine.

"Prendendo spunto da questi pensieri, ho voglia di raccontare, attingendo da fatti e argomenti realmente esistiti ed esistenti, una storia d'amore che andrà oltre il vissuto conosciuto"

Era ed è l'esistenza in una vecchia villa adibita per accogliere fanciulli rimasti senza famiglia, nei pressi della laboriosa città di Aier, dove tanti piccoli ospiti attendono tristi e a volte spazientiti qualcosa di positivo.
Dopo parecchi incontri di conoscenza, un giorno che dà prospettive molto favorevoli, sono arrivate. Due coppie in confidenza, ovviamente affidabili, le quali prendendo per mano una fanciulla e un fanciullo, Inna e Roman, stessa età e legati da una tenera amicizia, iniziano a compensare il bisogno affettivo della loro vita.
Le due famiglie abitano nello stesso quartiere e si rivedranno facilmente per l'opportuno piacere.

Otto settimane dopo, Roman e Inna riprendono le attività scolastiche ritrovandosi con rinnovata gioia all’interno della stessa classe.
È l’ora del gioco nel cortile della scuola:
Roman corre, inciampa, finisce lungo a terra. Da quella posizione vede il grigio del suolo che è troppo vicino. Amorevolmente, due mani lo aiutano, due mani conosciute, assai delicate e più piccole delle sue. C’è una medicazione su una di esse. «Lo sai che ogni volta che sanguini se ne va via un po’ del tuo cuore?» dice Inna a Roman. «Tu come fai a saperlo?» ribatte lui. «Me l’ha detto una signora. E se sanguini troppe volte, lo perdi quasi tutto, meglio fare attenzione.» «Ma... quella è una medicazione che c'è da molto» nota Roman. «È una ferita che ha problemi di guarigione.» risponde mestamente Inna. Roman si lascia tirar su pian piano da lei, si lascia prendere la mano, Inna gli accarezza delicatamente le guance e la fronte, desidera veder sereno il viso di Roman.

Finita la scuola di base i due ragazzini sempre più uniti decidono di continuare gli studi iscrivendosi ad un corso di problematiche sociali. E nel frequentarlo ci mettono tanta buona volontà fino a conseguire il titolo desiderato.
Terminato il periodo scolastico, seguito dal riposo, iniziano l'esperienza lavorativa presentando, poco tempo dopo, molte domande d'impiego come insegnanti.

Trascorrono alcuni anni di fiduciosa attesa quando un pomeriggio:
«Papà, ho finalmente vinto la cattedra!» dice Roman. «Fantastico! Dove?» risponde il suo familiare adottivo. «In una città lontana, ma è ugualmente una fortuna, è un istituto importante.» «Sapevo che prima o poi te ne saresti andato, che il nostro compito sarebbe un giorno finito. Comunque adesso sei preparato per avviarti in un cammino diverso e volendo iniziarlo anche da solo.» «Da solo? E Inna te la sei scordata?» «Certo che no, Roman, ma ti dò un ottimo consiglio, sii paziente. Se farai con calma, probabilmente il vostro vivere sarà migliore» ribatte il suo papà adottivo. «Che vuoi dire? Inna e io siamo pronti per diventare una vera famiglia, papà, non l’avevi capito?» «Lei potrebbe raggiungerti in un secondo tempo. È molto difficile andare avanti con un solo stipendio.» «Ce la faremo, anche Inna con il titolo che ha avrà un lavoro in quella città, e non ci trasferiremo senza prima esserci sposati.»

L’unione è ufficializzata e festeggiata due mesi prima della partenza.

Sono trascorse trentatre settimane dall' arrivo nella città di Tinoi, quando per la loro felicità nasce un bimbo. Al neonato viene dato il nome di Emes.
Il tempo passa, il piccolo Emes ha compiuto da poco tredici anni. Frequenta con profitto la scuola e nel tempo libero si dedica all'indispensabile piacere del gioco insieme al suo amichetto del cuore di nome Ocima.
Ocima sta giocando con le macchinine, Emes è disinteressato, è concentrato nel leggere uno dei suoi giornalini a fumetti con storie illustrate di medicina, è il fare e il vagheggiare che, quando è libero e senza compagnetti, lo appassiona tanto.
«Che c’è, Emes?» domanda Ocima. «Niente, perché?» risponde lui. «Non giochi con me?» «Non mi va, l’anno scolastico sta per finire e ci sarà tempo per divertirci» risponde con un tono sicuro Emes. Ocima fa prendere la rincorsa a una macchinina e la lancia sul pavimento, il modellino corre e colpisce in pieno due miniature che volano per circa trenta centimetri e finiscono a terra. Emes ha notato qualcosa di insolito e di non positivo. Ripensa a quello che i genitori gli hanno detto durante il pranzo: «Nel pomeriggio andremo a trovare il professor Soloti, sua moglie Brigida è morta.»

«Non preoccuparti, torneremo ben prima dell'orario di cena, fate i bravi ragazzi.» dice papà Roman al suo Emes, prima di andare per quella visita di dovere.

Il tempo del ritorno è passato ormai da tanto.

È quasi notte, Ocima se n’è andato da alcune ore. Il piccolo Emes è rimasto solo, i suoi genitori non tornano, è molto preoccupato e ha un brutto presentimento.
All'improvviso sente suonare sinistramente il campanello della porta: si avvicina all’uscio, trema, sospetta intimorito che fra pochi attimi la sua vita, inevitabilmente, potrà cambiare.
Quel che temeva si concretizza terribilmente quasi subito appena apre, e negli occhi sconosciuti di due agenti, che gli fanno intuire la drammatica scomparsa dei genitori in un tragico incidente, immerge tutta la sua sofferenza, che per lui è sconvolgente, inclemente, atroce.
Qualche secondo dopo, in alcuni istanti di lucidità, il pensiero gli va a quando sulla soglia di casa aveva detto ai suoi genitori: «Tornate presto, vi aspetto!» e papà Roman con dolcezza aveva risposto che poteva stare tranquillo, che l'avrebbero senz'altro accontentato.
«Aiutatemi, aiutatemi!» urla adesso ai due poliziotti. «Non ve ne andate, ho timore della notte» supplica Emes in un pianto disperato, subito confortato dagli stessi agenti e da due operatrici sociali arrivate nel frattempo sul posto.

Passano i giorni, il piccolo Emes si trova da un pò di tempo in un istituto adatto al suo bisogno, ed è nell'infelice attesa di qualcuno che possa prendersi cura della sua esistenza.
Di lì a poco arrivano i nonni ormai molto anziani, genitori adottivi di suo padre e sua madre. Sono arrivati da molto lontano per consolarlo e gli portano in dono alcuni fumetti da lui tanto amati, per risvegliare la sua grande passione. La lettura di quelle storie lo porta a rinchiudersi ulteriormente in se stesso, trovando però in essa un passatempo opportuno.
Tre settimane dopo, avviene il primo incontro fra Emes e i possibili familiari futuri. L’uomo si chiama Pat e la moglie Mat, sono due giovani venditori di giocattoli senza prole. All’inizio essi hanno delle logiche difficoltà nel farsi conoscere dal piccolo, ma, grazie al continuo impegno e con l’aiuto di due assistenti, riescono a intravedere, con il trascorrere del tempo, un miglioramento nel loro rapporto.
Un mattino che appare promettente, un addetto alla gestione dell'istituto comunica che a breve termine ci sarà una giornata tutta dedicata ai giochi, periodicamente allestita per dare sollievo ai piccoli ospiti e favorire l’integrazione tra i futuri familiari affidatari e i fanciulli in attesa dell'adozione.
L’evento, con tutte le sue attività, si svolgerà nel parco adiacente alla struttura.
È arrivato il giorno ricreativo, ma, durante i molteplici e desiderati svaghi, all'improvviso un operatore è molto preoccupato e ad alta voce dà parole inquietanti: «Avete visto Emes? Non riesco a trovarlo!».
Nessuno lo vede, nessuno lo trova. Forse si è addentrato nel vicino e vasto bosco? Il forte timore, poco dopo diventa drammatica realtà sovvertendo l’atmosfera giocosa della giornata. In pochi minuti le forze d’intervento con volontari e unità cinofile arrivano sul posto. Le prime ricerche non danno il risultato sperato e nel frattempo inizia a far sera.
Il piccolo Emes, sempre più in balìa della sventura, stanco, con i piedi doloranti per aver tanto vagato, si è seduto in una radura del bosco rischiarata dalla luce lunare. Da lontano proviene il rumore di un elicottero, i suoi fari direzionabili fanno luce nella vegetazione, ma sfortunatamente, poco dopo, scompare nel buio della notte.
il piccolo Emes, sentendosi ormai abbandonato dalla sorte, inizia a piangere e a invocare il padre e la madre. Smarrito nella semioscurità, cerca comunque di farsi coraggio e finalmente, dopo terribili e interminabili minuti, si distende e poggia il capo su uno strato di foglie addormentandosi.

In un sonno profondo e rilassante, gli appare un corridoio largo, lungo e variopinto. È un ambiente accogliente e quasi familiare, nel quale un uomo e una donna si preparano per vivere un’altra importante giornata di lavoro. Sono il dottor Starb e la dottoressa Semp, coniugi e direttori di un ospedale di maternità.
Dalle numerose stanze non arriva nessun vagito, ma ecco adesso c’è la vocina di un neonato, purtroppo però se ne sente una sola. Un calendario alla parete indica che è l'anno 2250. L’aumento della sterilità nelle coppie è continuo. È causato da stili di vita poco positivi. Neppure Starb e Semp hanno figli, anche perciò decidono di abbandonare la loro decennale attività e di dedicarsi alla ricerca per la soluzione al notevole calo delle nascite.
La forte diminuzione delle natalità, un paio di decenni dopo, inizia a creare problemi e disagi in tanti Paesi, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le Nazioni Unite sono costrette a dichiarare lo stato d’emergenza in tutto il Mondo.
Diversi altri studiosi nel frattempo avvertono che, se persisterà l’attuale deficit demografico e non si troverà un rimedio alla patologia, nell’arco di pochi decenni, l’intera umanità sarà inevitabilmente e definitivamente estinta.
Nelle popolazioni intanto dilaga la paura, mentre i mass media affrontano il grave problema in maniera quasi continua, cercando, nonostante la gravità della situazione, di tranquillizzare i propri utenti il più possibile.
Per fronteggiare l’emergenza, vengono formati dall’ OMS numerosi gruppi di ricerca scientifica.

«Le possibilità di trovare una soluzione al problema sono poche» dice la dottoressa Semp rappresentante del suo gruppo di scienziati a dei noti giornalisti e aggiunge: «Cercheremo di affidarci anche alla buona sorte.»

Trascorre un ampio periodo, pesante e angoscioso, ulteriori esiti negativi nelle ricerche scientifiche assottigliano ancor più le residue speranze del genere umano. Ormai tutti gli scienziati dichiarano l’inevitabile, e cioè che, purtroppo, non vi è alcun rimedio per far cessare la presenza della sterilità negli organismi umani.
Tuttavia i ricercatori fanno sapere, che continueranno con tutte le loro forze nell' impegnarsi per scongiurare in qualche modo l’incombente estinzione; e perciò, nonostante le molte discussioni e le tante polemiche presenti un pò ovunque, gli studi proseguono in altre direzioni e con un'intensità febbrile.
Dopo quasi un anno di trepidante attesa, il portavoce di tutti gli scienziati in una conferenza stracolma di gente e mezzi d'informazione comunica:
«Abbiamo alcune soluzioni che porteranno tutti noi alla sospirata salvezza. La più importante di queste, vedrà applicazioni minuziose sul DNA di molte fra le tante persone ormai sterili e permetterà di rigenerare in modo definitivo tutti gli esseri umani del passato fino ai primi viventi esistiti alcune migliaia di anni fa sulla Terra, e tutti per conseguenza con una natura sterile. Ricordando, per farvi comprendere meglio, che il DNA è il componente base di tutti gli organismi viventi.»

Il comunicato porta tanta gioia e tanto conforto in tutti i presenti accorsi nel grande impianto dell'avvenimento e in tutte le altre persone del Pianeta.

Placato l'entusiasmo, il rappresentante degli scienziati prosegue con l'informare la platea cercando di farsi comprendere ancora di più: «Usando un metodo che esamina il derivare della persona, dal DNA di un individuo ricaveremo i due DNA che l’ hanno generato, e da alcune tracce inglobate dagli organismi attraverso l'apparato orale-respiratorio e trasmesse di generazione in generazione, anche i DNA di esseri che non hanno avuto figli. Tutti i DNA ritrovati saranno usati, in ordine e nel tempo, per rigenerare gli individui passati attraverso l'impiego della fecondazione artificiale e più precisamente facendo uso della stessa tecnica già sperimentata nella clonazione. In parole semplici: dopo aver rintracciato il DNA dell'avo di turno e averlo ottimizzato si proseguirà con l'inserimento in un ovulo predisposto al caso, e infine, a completare il tutto, ci sarà lo sviluppo degli embrioni in contenitori appositi, fedeli riproduzioni dell'utero, negli ex reparti ospedalieri ed ex di maternità.»
«Le funzionalità dei nuovi individui rigenerati ne risentiranno?» domanda un illustre giornalista.
«Assolutamente no, anzi, mi spiego meglio: con il perfezionamento dei DNA trovati e la conseguente rigenerazione degli individui, avremo esseri con un organismo molto più efficiente, non soggetti a invecchiamento, quindi con un corpo giovane ed eterno, grazie anche al supporto di un’ alimentazione appropriata.»
«E per concludere, a queste notizie tanto positive e promettenti, posso aggiungere che, in casi notevolmente eccezionali, si potranno eseguire alcuni interventi particolari»:
«In un primo caso d'eccezione è prevista la possibilità di rigenerare una parte d'organismo venuta a mancare, applicando il procedimento dell’autotomia, fenomeno spontaneo già presente nella stella marina, nella lucertola e nell’insetto stecco. In un secondo caso, ancor più improbabile che accada, sarà possibile far tornare in vita un essere umano deceduto per un imprevisto riattivando l'energia di tutte le cellule del suo organismo.»
«E se il corpo di una persona è introvabile? O non riattivabile?» domanda un noto divulgatore scientifico.
«In presenza di eventi infausti di questo tipo, che saranno comunque rarissimi, avverrà una nuova rigenerazione dell'individuo, prelevando il DNA utile dallo stesso corpo del deceduto o nel caso di una persona dispersa dal codice genetico di un suo discendente.»

Il sogno del piccolo Emes è finito. Inizia un nuovo giorno nel bosco. L'alba è illuminata da una luce solare, seppur tenue, decisamente positiva e confortante.

Il piccolo Emes si sveglia. Ha ben presente i ricordi piacevoli della notte appena trascorsa. Il sonno inevitabile e profondo l’ ha accolto con un amore intenso, donandogli la visione lucida e sorprendente di un futuro molto ragionevole e pertanto credibile. E perciò, molto probabilmente il suo stupendo sogno diventerà, un giorno, una meravigliosa realtà. E con questa sua visione onirica, nonostante sia ancora nell’ attesa dell'aiuto di qualcuno, egli trova finalmente un sollievo tanto sperato quanto piacevolmente arrivato.
Pochi minuti dopo ode dei rumori: il vibrare delle pale di un elicottero, il calpestio di tante persone sempre meno lontano e voci che chiamano il suo nome.
Il piccolo Emes intravede alcuni soccorritori, il suo volto si accende di una felicità che gli dà subito la forza di alzarsi e andare verso di loro. A passi sempre più sicuri e veloci il piccolo Emes va incontro ai suoi salvatori; le sue agili gambe si slanciano in balzi ampi e decisi, fino a una corsa inarrestabile e liberatoria. Finalmente è finita la sventura e si ritrova, poco dopo, completamente felice fra le braccia della nuova madre e del nuovo padre, i quali gli permetteranno, con il sogno indimenticabile e molto promettente appena fatto, di riavere tutto il suo giusto vivere.